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  • Incontro

Dare forma ai sogni

Per dare risposte contemporanee al design e migliorare la qualità della vita occorrono conoscenza e condivisione. E superare l’omologazione delle idee. Come afferma Marco Ferreri, architetto e designer. Dopo la laurea in architettura nel 1981 al Politecnico di Milano, città dove vive e lavora, Marco Ferreri (Imperia, 1958) prosegue un intenso cammino tra progetto e design. Suoi oggetti sono raccolti in importanti collezioni, quali la “Permanent Design Collection” del Museo d’Arte Moderna di New York, la collezione di design dell’Israel Museum di Gerusalemme, la collezione del Fondo Nazionale d’Arte Contemporanea di Parigi. Ferreri tiene da anni lezioni e corsi nelle maggiori Università in Italia e all’estero. Recentemente, suoi lavori sono stati presentati alla IX Biennale di Architettura di Venezia, alla I Biennale Internazionale di Architettura di Beijing in Cina e alla sesta edizione del Triennale Design Museum di Milano.

D. Lo scorso anno, la sua iniziativa per Zanotta e Naba, con Bosch, dal titolo Cià ch’el fèm (sottotitolo “works of heart, made by hands”) ha aperto un filone che è emerso come dominante tra gli eventi del Salone e fuorisalone 2013: quello dei makers, designer e autoproduttori con la passione del “saper fare”. Come valuta oggi quel workshop-laboratorio?
R. Molto importante, soprattutto per i ragazzi che si sono potuti confrontare con le problematiche dell’azienda Zanotta e del mercato per trovare risposte “contemporanee”. Fra queste sicuramente anche l’autoproduzione, facilmente praticabile grazie alla possibilità di avere a disposizione e usare macchine sempre più sofisticate e precise a minor costo.
D. Se fino a ieri ci si aspettava al massimo la nascita di prototipi interessanti da questo tipo d’iniziative, ora si sono dunque aperte possibilità nuove per vere e proprie autoproduzioni, come lei sostiene.
R. Sì, penso che sia un fenomeno molto interessante, che vive e si struttura per rispondere al “vivere incerto” dei nostri giorni ed evidenzia aspetti importanti come quelli di non perdere speranze, concretizzare i sogni e dimostrare che si può…
D. Da allievo di Bruno Munari, cosa e come insegnerebbe oggi ai giovani che vogliono fare il designer?
R. Come per tutto, pensarci bene…
D. Il suo ultimo lavoro in Triennale, all’ultima edizione del Design Museum, s’intitola “Elevatio Animae” e parte da un’installazione storica e tecnologica di Albini, per riflettere sull’identità museale nell’epoca del digitale e sulla tutela delle opere del moderno. Che futuro vede in questi campi?
R. Un aspetto del design contemporaneo, che ogni volta mi stupisce, è la scarsa memoria di quello che è già stato fatto, in parte dovuto semplicemente alla scarsa conoscenza, in parte alla generale omologazione delle idee. In questo contesto, penso che a breve la protezione delle idee possa diventare un inutile costo. Il mercato vuole e riconosce “l’originale”, è importante però che gli vengano fornite corretta informazione e critica. Nel futuro, che è oggi, la rete è strumento formidabile. Il design, grazie all’open source (open content), può diventare uno straordinario strumento di condivisione della conoscenza per migliorare la qualità della vita, di tutti.
D. Ci dica di un pezzo di Zanotta su cui avvierebbe volentieri un workshop di re-design con i suoi studenti.
R. Più che un pezzo mi piacerebbe lavorare su un “modo”… Penso che i pezzi del modo di fare design di Carlo Mollino (caso straordinario di designer così poco legato all’industria) potrebbero portare a spunti davvero interessanti.