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Il mestiere del designer tra industria e società, la lezione di Enzo Mari

Fare delle previsioni sul futuro del design non è facile. Un buon modo per cogliere segnali e orientamenti viene dal confronto con uno dei grandi Maestri che ancora oggi accompagnano il cammino di chi progetta e produce gli oggetti dell’abitare.

Insignito della Laurea honoris causa in Arti visive dall’Accademia di Belle Arti di Brera, a Milano, Enzo Mari ricorda che questo è il secondo riconoscimento dopo la laurea in Disegno Industriale conferitagli dalla Facoltà di Architettura del Politecnico milanese nel 2002. «Strano destino per uno che avrebbe voluto occuparsi di scienza», ironizza il Maestro. «Nulla sapevo di arte, né tanto meno di design quando ho iniziato il mio percorso. Sono, però, sempre stato conquistato dalla bellezza di ciò che vedevo: Giotto, Piero Della Francesca, Michelangelo, Masaccio. E dalla forza delle cose ben fatte. Quando mi sono avvicinato per la prima volta al design, ho voluto farlo con un principio di determinazione: quello di capire come far funzionare bene le cose». E adesso, come pensa possa evolversi il design? «Oggi, con l’uso massiccio della tecnologia (dalla stampa 3D al computer) si rischia di semplificare la conoscenza, che è sempre basata sull’approfondimento delle regole che stanno alla base del progetto e della produzione. Il cervello è il computer più potente della galassia e la mano è lo strumento ideale per dare forma alle cose. Non si può sostituirli con strumenti tecnologici limitati e vincolanti, che devono restare ciò per cui sono nati: degli ausili pratici» prosegue Mari, mentre ricorda le esperienze d’esordio negli studi dei BBPR, di Franco Albini e di Gio Ponti. Dagli anni Sessanta a oggi, Mari ha continuato a pensare e disegnare: oltre 1500 oggetti per le principali aziende italiane, aggiudicandosi cinque Compassi d’Oro, di cui uno alla carriera (2011). «Mi sono dedicato anche ad altro: alla didattica, alla ricerca e alla divulgazione. Sempre puntando all’essenziale». Questa visione, del puntare al significato e alla funzione, e non all’effetto formale, ha fatto di Enzo Mari uno dei protagonisti del cosiddetto Minimalismo, un codice progettuale che tende a ridurre e non ad accrescere la mole di materiali, componenti e linguaggi estetici. Un pensiero tra i più ricorrenti nell’evoluzione del design (e dell’architettura), che si alterna a tendenze passeggere e il cui esponente primario è per molti l’architetto Mies van der Rohe con il suo “less is more” (“il meno è più”, contro la forma come scopo del progetto). Una visione che incontra la condivisione di Mari, nel cui operato “la sottrazione” è stata sempre una pratica legata alla ricerca di un rapporto equilibrato tra forma e funzione, tra qualità e quantità. «L’azione che oggi considero prioritaria» dice «è quella di chiarire il proprio inserimento sociale». E aggiunge: «Quando sono stato chiamato da Aurelio Zanotta, prima e dalla figlia Eleonora poi, per esempio, con il compito di disegnare una serie di oggetti utili per il cosiddetto “paesaggio” domestico, ho potuto progettare esprimendo la determinazione a cercare soluzioni universali, per la società e per le esigenze del mondo reale. Nel disegnare la sedia Tonietta, che ha costituito una delle prime produzioni allargate al mercato europeo (Compasso d’oro 1987), ho voluto recuperare un archetipo semplice e lontano dalle mode. Così con la vetrina Wunderkammer (pensata in realtà come un sistema di contenitori più ampio) ho voluto rispondere al bisogno e al desiderio di esporre e comporre quelle collezioni di piccoli oggetti o memorie che ognuno possiede. Ne consegue che le forme a supporto di queste qualità della vita non possono che essere semplici, essenziali e tali da poter essere “personalizzate” liberamente dai loro utilizzatori». La gran parte della produzione firmata da Enzo Mari segue questi valori e i parametri a essi collegati: la forma segue il contenuto, a guidare è la funzione, al bando il superfluo. Sono cresciuti formandosi a questa visione molti dei designer che stanno componendo il panorama attuale dell’abitare, progettando gli spazi e le cose per viverli e arredarli. Nell’era della comunicazione diffusa e dell’innovazione digitale, sono in molti a puntare sulla “ricetta” Mari: cultura materiale, conoscenza condivisa, etica e rigore creativo. «Perché servono sempre meno oggetti e quelli da mettere in produzione devono essere belli, utili, durevoli e al servizio di una società nuova» afferma. «E’ ora di finirla con le cose viste dalla prospettiva del mercato. Serve più onestà progettuale, e una maggiore consapevolezza».

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