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Verso una nuova frontiera del design

Immaginare futuri possibili tra tecnologia digitale, scienza e design. Modelli e prospettive, secondo due protagoniste che hanno imboccato nuove strade di conoscenza.

MEG è un sistema di serre domestiche open-source connesse alla rete: il progetto è di installarne cinque in altrettante stazioni della metropolitana di Milano durante i sei mesi di Expo. In queste serre urbane cresceranno cinque colture da cinque continenti, con le quali i visitatori potranno sperimentare contatti interattivi. E’ uno dei progetti vincitori di Hack the Expo -esposizione universale degli innovatori, delle persone, delle idee- lanciata dalla rivista Wired Italia in vista dell’evento mondiale del 2015. «Siamo abituati a pensare che il design si occupi di dare forma agli oggetti, ma questa impostazione è molto limitata», sostiene Paola Antonelli, Senior Curator per design e architettura del MoMA di New York, ospite di Meet the Media Guru a Milano lo scorso aprile. «Il lavoro del design oggi è cercare d’immaginare futuri possibili e plausibili. Ed è attorno a quest’idea che dovranno costruirsi anche i musei del futuro. Le nuove tecnologie digitali consentono di dare forma a idee e intuizioni in tempi brevissimi. Possono anche essere utilizzate per personalizzare, estendere e modificare le proprietà fisiche dei materiali e per inventarne di nuovi. E’ la dimostrazione di come oggi l’alta tecnologia possa coesistere accanto a tecniche più tradizionali: alcuni materiali innovativi, per esempio, richiedono un intervento di tipo manuale e la sperimentazione digitale si confronta con quest’approccio pratico». Frida Doveil, architetto e designer, co-fondatrice dello studio di corporate identity Fragile, si unisce alle riflessioni della Antonelli e afferma: «E’ una grande svolta, questa del digital design, che coincide con un nuovo paradigma di progetto e con quella che viene definita la “democratizzazione” delle tecnologie. Le stampanti 3D e le piattaforme di progettazione open-source sono i “grimaldelli” che hanno portato a una diversa prospettiva di relazione con gli oggetti. E’ un’opportunità per innovare, anche per le imprese. Rispetto all’idea di un’industria che realizza prodotti come sistemi chiusi, perfetti e autoprotetti, perché non pensare a un’industria che indirizza la produzione verso sistemi aperti, dove ricambi, accessibilità ai componenti, facilità di montaggio e smontaggio e perfino co-progettazione divengono parte della qualità del prodotto?». Paola Antonelli, all’incontro di Milano, ha citato progetti un tempo impensabili che sono ormai parte dell’orizzonte creativo dei designer. Come “Eyewriter”, realizzato da un gruppo di hacker per il graffiti-artist TEMPT1, rimasto paralizzato a causa di una malattia e impossibilitato a lavorare: con degli occhiali digitali e una webcam, TEMPT1 può disegnare con gli occhi e vedere le sue creazioni proiettate su un palazzo di Los Angeles con un laser. O come l’esperimento delle svedesi Front alla Design week di Tokyo: disegnando nell’aria con una penna speciale, registrano con telecamere ogni movimento e lo trasmettono su un monitor. I dati passano poi a una macchina che costruisce il prototipo al laser, riproducendo il disegno in 3D. Et voilà: si materializzano in pochi istanti gli oggetti ideati poco prima. A chi si sorprende delle incredibili possibilità del design interattivo la Antonelli risponde: «L’adattabilità è un carattere distintivo dell’intelligenza umana, ma le mutazioni istantanee dei ritmi odierni richiedono una qualità più forte: l’elasticità. A metà strada tra adattabilità e accelerazione, l’elasticità è la capacità di negoziare il cambiamento e l’innovazione senza farli interferire eccessivamente con i propri ritmi e obiettivi. Significa essere in grado di abbracciare il progresso, capire come renderlo proprio. Uno dei compiti fondamentali del progetto è di aiutare le persone ad affrontare il cambiamento. Sono i designer a fare oggi da ponte tra le rivoluzioni e la vita di tutti i giorni».