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Roberto Menghi

La storia del design italiano è la storia delle migliori energie creative e culturali del nostro Paese. I suoi protagonisti sono spesso conosciuti più dagli appassionati e dagli addetti ai lavori che dal grande pubblico, e alcuni di loro sono addirittura sconosciuti o dimenticati. Eppure, la qualità, l’eleganza e la funzionalità dei pezzi disegnati da questi geniali e originali Maestri “caduti nell’oblio” sono sovente i tratti distintivi del migliore design. Il caso di Roberto Menghi (Milano, 1920-2006) è emblematico. Dopo la laurea al Politecnico, si specializza in architettura e in interior e industrial design. Premiato due volte alla Triennale con il Gran Premio per le sezioni del vetro e del design e due volte con il Compasso d’Oro (una per il Guscio di Zanotta, disegnato nel 1967), Menghi si dedica con passione alla ristrutturazione di edifici di particolare interesse artistico, come il Palazzo dei Giureconsulti a Milano. Ha insegnato Architettura nelle Università di Venezia e Milano e Design presso la “Nuova Accademia” di Milano e l’Accademia di Bath. «A volte la storia ufficiale proietta dei coni d’ombra su alcune persone, è il caso di Roberto Menghi. Architetto e designer di grande qualità, un maestro nel mischiare la contemporaneità con il primitivismo, come due radici che insieme arrivano a un risultato. Come per le case da lui progettate in Sardegna e all’Elba e come nel disegno del capanno Guscio di Zanotta e nei vetri per Bormioli. Entrambi semplici e straordinari», spiega Marco Romanelli architetto e critico del design. «Due distinte anime convergono nel progetto del Guscio, per esempio. Due anime che, senza traumi, si accostano e si uniscono nella personalità di Menghi. Da un lato il mare, la vela, la vacanza, la vita avventurosa e sportiva. Dall’altro la precisione, la ricerca tecnologica, l’ipotesi di un progetto per tutti». Continua Romanelli «Il Guscio è una tipologia ibrida tra design e architettura, ben poco praticata nella storia del progetto italiano. Nello “spazio impossibile” di questo capanno Menghi distilla le sue conoscenze architettoniche e le sue capacità compositive. Non a caso la forma che ne risulta, pur essendo destinata al “campeggio”, presenta un accenno di sacralità che si ritroverà di lì a poco nella villa a Capo Ceraso (1969-70). Il Guscio, pur realizzato in fibra di vetro e poliuretano, si lega concettualmente alla struttura della capanna primitiva: in esso il futuribile dialoga con l’archetipico. E Menghi, come sempre, sta lì: un luogo tra passato e futuro che, a posteriori, possiamo definire di raffinata classicità». Per celebrare la figura di Roberto Menghi e darne un meritato risalto, la figlia Veronica ha recentemente organizzato presso l’Ordine degli Architetti di Milano una serata-evento, “Roberto Menghi: il sottile filo rosso della memoria“, con la proiezione di un video e con un intenso dibattito che ha portato alla luce episodi, architetture, oggetti che rientrano in quella stagione irripetibile della cultura del dopoguerra. E che per i ricorsi della storia sono state tenute immotivatamente in disparte, quasi a portare alle estreme conseguenze quella linea di understatement di cui è permeata tutta l’esperienza milanese di quegli anni, dall’architettura al design. Una grande lezione per le giovani generazioni e un patrimonio straordinario per il mondo del progetto.