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  • Incontro

Suggestioni per il nostro tempo

«L’architettura dovrebbe servire a realizzare i luoghi dove l’uomo abita, lavora e si diverte, cioè a dire dove l’uomo possa pienamente, liberamente e poeticamente abitare», sostiene l’architetto Nicola Di Battista, a cui dal settembre 2013 è passata la direzione di Domus. Noto progettista e conoscitore dell’architettura contemporanea e del design, Di Battista (Teramo, 1953) fonda nell’86 lo studio professionale a Roma, dove risiede e lavora per molti anni. Dopo la vicedirezione di Domus nei primi anni ‘90, è professore di progettazione architettonica all’ETH di Zurigo, attività che svolge in varie sedi universitarie italiane ed estere. Oggi è professore di progettazione alla Facoltà di Architettura a Cagliari; numerose le opere architettoniche per la riqualificazione di spazi storici e museali.

D. Che legami individua tra la Domus fondata da Gio Ponti e quella che lei dirige, con il sottotitolo “la città dell’uomo”?
R. Entrambe esprimono un punto di vista sulle questioni relative al mondo del progetto “dalla a alla zeta”. Fin dalla sua nascita, Domus ha avuto un ruolo istituzionale sui temi dell’abitare. Ognuna delle visioni di chi ha diretto Domus in passato esprime un programma, il mio in particolare è contro la cosiddetta “città dei clienti”, chiusa e settaria. Architetti e designer, diciamo con Domus, non possono rinunciare all’idea di lavorare per gli uomini e le donne del mondo, con un’intenzione aperta e collettiva. Tutti i Maestri del progetto si sono dati questo compito, da Le Corbusier a Ernesto N. Rogers (alla direzione della rivista nel ’46 le diede il sottotitolo “la casa dell’uomo”), così grandi personaggi e imprenditori come Giuseppe Lazzati e Adriano Olivetti.
D. Ha impostato per la rivista un innovativo concetto di direzione chiamando al suo fianco alcuni protagonisti dell’architettura contemporanea: David Chipperfield, Kenneth Frampton, Hans Kollhoff, Werner Oechslin e Eduardo Souto de Moura. Con quale criterio ha scelto questa rosa di Maestri? E come riesce a coordinare il lavoro con persone così impegnate e distanti anche fisicamente?
R. Ho scelto i cinque Maestri per il loro alto profilo e perché li stimo. A ognuno di loro chiediamo di essere protagonisti della rivista stessa, discutendone e fissandone con la redazione le linee strategiche e culturali. Quanto alla logistica, conto di incontrarli tutti assieme almeno due volte l’anno in un bel luogo ospitale dove accogliere le loro opinioni, il loro incitamento, ma anche il loro monito.
D. In parallelo, si avvale della collaborazione di un pool di giovani professionisti selezionati per la capacità di portare uno sguardo nuovo sui temi del giornale. Quali contributi ritiene di poter acquisire dal “gruppo giovani”?
R. Con il Centro Studi intendo creare un flusso e uno scambio d’informazioni e visioni, in modo che si possa creare tra i giovani e il gruppo dei Maestri quel particolare rapporto di simpatia e complicità capace di far avanzare l’analisi della disciplina progettuale e di far succedere delle cose nuove.
D. Come intende affrontare la grande crisi che vive il mondo dell’informazione cartacea?
R. Fino a qualche anno fa la prima urgenza di una rivista era d’informare su quanto di meglio o d’innovativo era prodotto, anche anticipando gli eventi. Oggi, il fiume di notizie immediate dei nuovi media, apparentemente illimitate e alla portata di tutti, rende una rivista non più pienamente efficace a tale scopo. In ogni ambito non è più possibile scoprire qualcosa d’inedito sulla carta, perché online passa in tempo reale. Credo che la stampa cartacea debba diventare uno strumento di approfondimento con l’obiettivo primario di ricreare le condizioni collettive indispensabili per dare nuove speranze progettuali al nostro tempo. Questa è la nostra ambizione. Parallelamente, sul sito della nuova Domus si costruisce un’informazione più di servizio, con settori mirati.
D. Quale ruolo hanno i prodotti del design nella sua rivista?
R. Un ruolo esteso. Il design mi sta a cuore e ho deciso, per la nuova impostazione editoriale, di cominciare “in sordina”, sperimentando. Per andare “oltre” le solite rassegne. Voglio fare dei focus per capire come il mondo della progettazione si sta occupando di design. Voglio, poi, creare delle sezioni in cui a partire dall’analisi di un singolo prodotto si possa parlare anche di arte, storia, società. 
D. Come sceglierebbe di comunicare una realtà come Zanotta sulle pagine della rivista che dirige? Ha qualche prodotto “del cuore” nel vasto catalogo che l’azienda presenta da 60 anni (l’anniversario si festeggia nel 2014)?
R. Per il 60esimo di Zanotta, raccontandolo su Domus, proporrei di guardare avanti e cercare di capire cosa ha portato nella vita delle persone quest’azienda. Anche in termini concreti e affettivi. Le tracce reali che Zanotta può aver lasciato nelle vite e nelle case della gente sono un termometro significativo per chi ha disegnato, realizzato e distribuito i prodotti di questa impresa. Anche io ho 60 anni, come Zanotta, e ritengo sia una buona età per capire cosa si è fatto e come, cosa ci si è lasciati alle spalle e cosa ci si trova di fronte. E per verificare se si è ancora all’unisono con l’uomo del nostro tempo. Zanotta, a mio parere, sta nella storia delle persone che vivono nel nostro Paese e anche fuori. Non saprei dire qual è il mio pezzo preferito nel grande catalogo, tanti sono i mobili e i complementi di quest’azienda che mi circondano. Ogni tanto, nelle case dove vivo, ne trovo uno che mi piace e uso da anni e realizzo che è di Zanotta. Le sue cose mi sono diventate familiari.